Matteo Rocco: i mini-travi da surfcasting, le vette senza anelli scorrevoli sulle canne da pesca, il roccobomb e…

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RoccoTop e Rocco Bomb erano due nomi che sentivo spesso quando io (Matthieu Amato) ero ragazzo e sulle riviste di pesca leggevo incuriosito gli articoli sulle tecniche di pesca. Due nomi particolari che mi avevano però lasciato sempre la curiosità di sapere chi fosse poi quel signor Rocco che, tanti anni dopo, avrei conosciuto per via degli articoli che redigevo, e di cui posso dire sarei diventato amico per vie di certe affinità che comprendono anche la pesca.

Matteo Rocco: non solo i mini-travi da surfcasting

Bene, se leggi questo articolo devi sapere che Matteo Rocco, oltre ai piombi ha “studiato” tante altre cose che poi sono diventate d’uso comune: i mini-travi da surfcasting e le vette senza anelli scorrevoli sulle canne da pesca telescopiche con la vetta senza anelli scorrevoli (cosa molto importante nelle pesche in cui si fanno lanci sostenute). E poi Matteo (perché Rocco è il cognome) ha scritto tante pagine di storia nel mondo dei piombi da pesca.

Un pescatore che supera grandi difficoltà, appassionato di surf casting e tecniche di lancio

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Il mini-trave da surfcasting.

Se sei un pescatore in mare credo potrebbe essere interessante leggere le prossime righe di questo blog post. E non fare l’errore di pensare che quello che ha fatto è normale perché magari è normale oggi ma sono passati trenta o più anni. Chi innova ha sempre merito e lui lo ha fatto.

Siccome la sua storia è lunga (lui dice che è vecchietto), gli do idealmente le “chiavi di casa” di Amato.it e lascio scrivere a lui la sua storia, di cui so già che io apprezzerò soprattutto le fatiche superate dopo la cacciata da Rovigno… perché la vita non è mica facile.

Matthieu Amato

 

 

 

“Da qui inizio a scrivere io,

Matteo Rocco:

 

 

Un po’ della mia storia

 

Mi chiamo Matteo Rocco e penso che la passione per la pesca si può acquisire a qualsiasi età.

La mia iniziò quando avevo appena tre anni, così mi raccontò mia madre.

Mi diceva, appunto, che da piccolo saltavo sulle barche ancorate al molo del porto per prendere granchi sotto la banchina e poi, grazie a mio nonno, andavo con lui  in barca a pescare “riboni” (pagelli) e “gransevole” (granseole). 

Ero nato nel 1943 a Rovigno d’Istria, un magnifico paese sulla costa adriatica, ora Croazia.

La mia terra fu concessa per danni di Guerra alla Ex Jugoslavia ed ora è vissuta da nuove generazioni di croati e non più da italiani.

Mia madre, come molti paesani e istriani, fu costretta a lasciare il paese con tutti i beni per rientrare nella Madre Patria, l’Italia; ecco una storia che molti profughi hanno sofferto e ancora oggi piangono, e rimpiangono.

Nei primi mesi di vita, in piena guerra, con il Paese invaso dai tedeschi, le probabilità di sopravvivere erano molto scarse, poiché non si trovava nulla da mangiare se non le razioni giornaliere di un piccolo pane nero che si doveva dividere per il resto della famiglia. I morsi della fame erano all’ordine del giorno e l’allattamento era molto precario. Quando si riusciva a trovare il latte a borsa nera era una grande fortuna. Povera mamma, vendette tutto il suo corredo per far sopravvivere me e mio fratello!

Mio nonno pescatore, per procurare qualche pesce, rischiò la vita più di una volta per andare a catturare qualche pesce affiorato dopo i bombardamenti. Spesso andava di notte, con il coprifuoco, e si nascondeva tra gli scogli per lanciare qualche bomba in acqua. Raccoglieva frettolosamente quei pochi pesci a galla e tornava a casa prima dell’alba. Qualcosa era per la famiglia, altra andava barattata con farina, olio e altro. In mancanza del latte, quel pesce veniva bollito e  passato con un lembo di lenzuolo. Un alimento sostitutivo poiché mamma latte non ne aveva. Le prime volte piangevo a dirotto e lo rifiutavo ma poi per la fame mi attaccai, così mi fu raccontato.

Una volta cessata la Guerra, l’Istria fu ceduta alla Jugoslavia con tutte le conseguenze etniche del momento. Mia madre (dico mia madre poiché mio padre era imbarcato su una nave mercantile e mancava da qualche anno) preferì trasferirsi in Italia, con il dolore nel petto, lasciando i suoi genitori, sorella e fratello per una destinazione ignota che poi fu il campo profughi di Latina. Era il 1948. Ricordo ancora quelle camerate con divisori  fatti di coperte stese e i bagni comuni, dove si conviveva con topi, scarafaggi, pidocchi e zecche. Tra povertà e sporcizia vissi in’infanzia piena di pericoli, specialmente quando le scorribande con altri ragazzini ci portavano a pescare rane nel canale Mussolini. Era il dopoguerra! Pericolo di bombe inesplose, mine e altro ancora ma, per fortuna, me la cavai abbastanza bene se non con un piede trafitto da un ferro arrugginito, comunque molto meglio rispetto a qualche povero ragazzino sventurato che saltò in aria. Nel 1950 ci trasferimmo a Roma ospiti di una famiglia al Villaggio Giuliano, e quello per mia madre fu un grande sollievo, poiché non doveva più alzarsi alle quattro del mattino per andare alla fabbrica tabacchi di Roma. A Trastevere ci arrivava al massimo in un’ora e a casa ritornava alle diciassette e non più oltre le venti. Per me e mio fratello fu un incantesimo vederla a casa. Mio padre mai visto poiché imbarcato nella Marina Mercantile e reo di una separazione forzata, l’ho conosciuto dopo 44 anni, più come un conoscente improvvisato che come padre. Mio padre “Bruno” fu colui che mi ha cresciuto, educato e preparato per la vita. Bruno è stato il secondo marito di mia madre, un uomo esemplare, grande lavoratore e premuroso capo famiglia. 

Finalmente il Governo De Gasperi, come promesso, ci consegnò una casa popolare nel quartiere di Tor Marancia dove, per la prima volta, vidi il rubinetto di casa con l’acqua corrente e la vasca con il bidet, ci passai giorni ad aprire l’acqua così fresca e buona. In quella casa ci trascorsi trentuno anni. In quel periodo, ogni fine settimana e durante le ferie si andava a Latina, per il fatto che mio padre era di Sermoneta. Con lui andavo a caccia, ci recavamo a pescare sul pontile della centrale nucleare di Foce Verde, pure a cercare funghi, cicoria e lumache. Spesso si andava a pescare dalla spiaggia con canne e mulinelli rudimentali. Il passo verso quell’universo fu breve: la passione per la pesca si fece sempre più forte tanto è vero che ad ogni difficoltà rispondevo con modifiche e innovazioni per quella mia passione infinita. 

Latina fu sempre un punto di riferimento del fine settimana. Per me era un “punto saldo” per la pesca, e posso dire che risultò un Paradiso per la mia vita, dopo quella Rovigno che avevo lasciato troppo piccolino. Ricordo le avventure, negli anni 60 e 70. In compagnia di amici si andava in bicicletta fino a Torre Astura con le canne di bambù della Ravizza, Mitchell e Browning, armate di rudimentali mulinelli i cui archetti si arrugginivano e costantemente andavano ingrassati. Quell’attrezzatura che consentiva lanci idonei a catturare spigole, orate e saraghi. Il pescato di solito andava nella brace preparata sul posto, e si consumava con del pane e del buon vino. Fu a Foce Verde che ideai il Roccobomb per esigenze di gittata e recupero con scarso incaglio. Il collaudo lo feci nel punto in cui confluivano le acque di raffreddamento della centrale nucleare e il canale Mascarello. In quel preciso punto risiedevano molte spigole protette dalle tane dei massi ed era impossibile tirarle fuori dall’acqua.

All’età di diciotto anni fui assunto dalla Siemens che mi mandò subito in trasferta a Bari, dove il mare era a portata di mano e la pesca non mi mancava di certo. Poi fu la volta di Ancona, poi Pescara, e ancora Taranto e Cagliari. Tutte città di mare dove di sera, o durante i fine settimana, mi potevo divertire a pescare. Fu la volta del servizio di leva militare: passai due anni nella Marina Militare imbarcato sulla corvetta Minerva ad Ancona. Finito il periodo militare rientrai al mio lavoro e fui trasferito in Sardegna, precisamente Cagliari, Sassari e Oristano, dove scoccò la scintilla per mettere su famiglia. Mi innamorai dell’attuale moglie Maria Luisa che mi regalò due magnifiche femmine e un maschio esemplare. Quello fu un periodo d’oro per la pesca perché in quegli anni il pesce abbondava in tutte le spiagge. Passai giorni e notti al Poetto, Nora, Capitana e altri posti da sogno. Poi, terminato il periodo contrattuale tra la mia società e i grossi enti, a cui avevo montato alcune centrali telefoniche e telegrafiche, ritornai a Roma, era il 1969. Arrivò  la svolta decisiva  della mia vita: fui assunto dalla BNL come tecnico di centrali telefoniche e finalmente mi stabilii a casa senza il pensiero di andare in giro per l’Italia. 

Nel frattempo ebbi il pallino di farmi delle canne ad hoc, comprai quelle in fibra della “LERCH” da cinque metri che vendeva l’unico negozio di Roma “Emporio della Pesca” del povero amico Mario Ara. Nello stesso anno andai a pescare sulla spiaggia della Giannella, vicino ad Albinia, dove sfocia il fiume Albegna. Era una giornata uggiosa e si pescavano mormore. Ad un certo punto arrivò un ragazzo, accompagnato dalla sua ragazza. Si misero sulla mia destra. Lui preparò una canna e si mise a lanciare ma senza pescare.

Io, incuriosito, dissi tra me: ma che fa lancia solo il piombo senza pescare? Mah! Ora ci provo anch’io! Tirai fuori uno dei prototipi primitivi del Roccobomb e cominciai a lanciare forte. Rimasi di stucco nel vedere quanto era andato lontano quel piombo!

Lanciai nuovamente e una volta sicuro della eccessiva distanza andai da quel ragazzo a farglielo provare. Quando lo vide esclamò: “Madonnina quanto l’è bello!!”. Perché lui era un “toscano doc”.

Mi disse: “Lo posso provare lanciando lungo la spiaggia? Certamente ribadii io! Lanciò e andò a recuperare insieme alla ragazza”. Quando tornò mi disse: “madonnina della madonnina” quanto le bello! Ho fatto 155 passi!!! Ripresi il mio piombo, lo migliorai e lo mandai a provare ad Alberto Belfiori! Lo provò insieme ai ragazzi del dell’Hippocampus Club di Cagliari per circa un mese, dopodiché mi telefonò dicendomi che era una Bomba!!! Fu lui a dare il nome “ROCCOBOMB”. A quel punto lo brevettai e andai a proporlo, prima alla fonderia Vedette che lo rifiutò, poi alla Fonderia Roma che lo accettò ma apparentemente con molta riluttanza. 

Nel frattempo mi iscrissi a una delle prime società di pesca “Obiettivo Surfcasting” e iniziai le prime competizioni di pesca.  Mi presentai al Primo Campionato Italiano di Surfcasting a Marina di Bibbona regalando il Roccobomb a tutti i concorrenti con tanto stupore poiché al momento si utilizzavano solo piombi a sfera, piatti e coni. In seguito ci furono le prime pubblicazioni, che ancora oggi conservo, ed anche le esposizioni alla fiera di Firenze alla Fortezza da Basso. Devo dire che anche la fonderia ha fatto un buon lavoro pubblicitario. Nel 1970 Seguirono altri modelli, come: Roccotop, Sporteen, Evolution, Rocco Rush e tanti altri. Seguirono altri modelli filanti ad ogiva che portai nelle competizioni nazionali di Long Casting, modelli da provare anche in altre nazioni Europee.

Matteo Rocco narra la storia dei piombi da pesca Roccobomb

(sul canale SurfCasting TV ideato da Amato).

Entrai nell’agonismo nel 1989 intraprendendo la via del  “Surf e Long Casting”, in altre parole nelle competizioni di pesca e di lancio tecnico. I continui allenamenti e gli impegni federali mi portarono a essere presente in tanti circuiti, specialmente nei tornei più importanti. Allora non c’erano istruttori federali e neppure chi ti poteva insegnare a dovere il lancio pendolare. Per guadagnarmi un posto nella Nazionale di lancio, dovetti allenarmi assiduamente per mantenere il mio “record” nei primi posti delle classifiche nazionali. L’impegno e la fatica mi premiarono, tanto da essere stato convocato nel “Team Azzurro” per  partecipare in Inghilterra, all’International Event, (European Championship 1992). Esordire a fianco di mitici campioni inglesi del calibro di Paul Kerry, Neil Mackellows, Gary Setchell, Ken Holdam, Roger Mortimer e altri, fu una grandissima soddisfazione. Nel frattempo ideai una serie di piombi che fecero la storia del surf casting. Seguì la progettazione di alcune canne senza precedenti: la prima canna telescopica  senza anelli scorrevoli (una vera rivoluzione). Seguirono le canne a due e tre elementi (due telescopici e cima ad innesto). Negli ultimi anni mi dedicai alla divulgazione delle tecniche di lancio con diversi insegnamenti in Italia ed Europa.

Seguirono altre idee per il surfcasting come: i travetti d’acciaio, micro attacchi e piccoli accessori. Poi fu la volta di sviluppare altri progetti per una fonderia della Sicilia e, nel contesto, feci un modello brevettato che non è altro una versione più moderna del Roccobomb, ovvero: lo Space Sinker.

Nel 1990 proseguì il mio percorso sui campi di lancio, tralasciando spesso le gare di pesca. Fu una scelta obbligatoria per non incorrere al rischio di quelli che io chiamo i “vizi occulti”. Tutti i circuiti di lancio mi vedevano presente tanto è vero che fui ripescato all’ultimo momento per disputare l’Event in Inghilterra con i più famosi lanciatori del mondo come: Paul Kerry, Neil Mackellows, Gary Setchell, Ken Holdam, Terry Carol ed altri. Fu una grande soddisfazione, anche se la mia prestazione non fu al massimo delle mie possibilità.

Intanto, ebbi la proposta di scrivere sulle riviste specializzate: Pesca in Mare, Surfcasting Magazine e SurfCasting. Narrando principalmente articoli sula tecnica di pesca e sulla costruzione di terminali e accessori, oltre a qualche reportage sulle competizioni. La passione fu tanta per sopperire a tutti gli impegni che ho sempre mantenuto, con grandi soddisfazione, tralasciando e devolvendo a mia moglie gli impegni familiari. 

Nel 1992 ebbi l’occasione di andare a Capo Verde (Isola del Sal) insieme ad alcuni amici, tra cui, Claudio Murtas (mio fratello acquisito). Ebbene in quell’anno catturai uno squalo di 65 chilogrammi… ma non per solo merito mio! Devo ringraziare Claudio Murtas e coloro che mi hanno aiutato. Fu un’esperienza unica, direi di invidiabile adrenalina!

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Il cognome rocco “scritto” muovendo una lampada frontale a led.

Poi fu la volta di collaborare con la una ditta italiana, dove sviluppai dei progetti innovativi di canne da surfcasting tra cui il primo progetto telescopico senza anelli scorrevoli.  L’ultima mia invenzione, se così possiamo definirla, è il travetto “Long Distance Casting”, che consente di lanciare esche a distanze superiori, anche con finali di tre metri e più, specialmente se si utilizza il bait clip. Si tratta di un travetto in acciaio che in assetto di lancio rimane solidale allo schock leader e una volta in acqua il braccetto si apre rimanendo a bandiera. Così ideato, per evitare al massimo i garbugli nella turbolenza  ma anche per una migliore aerodinamicità. Altri modelli li custodisco per me e gli amici più stretti.

Iniziai nel 1994 ad insegnare il lancio tecnico a vari componenti di società sportive, con molta soddisfazione, sia in Italia sia all’estero; tutt’ora continuo a farlo per passione, essendo l’unico istruttore di lancio tecnico riconosciuto dal CSEN-CONI. Oggi devo dire di essere orgoglioso nel vedere alcuni dei miei allievi nei primi posti delle classifiche nazionali e mondiali, e spero di prepararne altri altrettanto bravi.

La storia sarebbe ancora più lunga da raccontare ma mi fermo qui, nell’attesa che qualche altra idea mi frulli nella testa prima del mio tramonto.”