Pescare a fondo dalla scogliera con le esche naturali: il rockfishing

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Per tanti pescatori, andare a pescare in mare, in scogliera, significa pescare a rockfishing: la pesca dalla roccia. Per chi ama questa tecnica vuol dire anche qualcosa di più, e cioè andare a tentare di prendere il pescione su una bella scogliera.

In questo articolo, basandomi sulle mie esperienze ti darò qualche consiglio sulla pesca a fondo con esche naturali proprio per la ricerca di pesci di buona taglia come cernie, dentici, saraghi e scorfani di buona taglia, orate e… spesso anche le meno ambite murene.

Rockfishing vuol dire anche sacrificio, magari andando a pescare in pieno inverno e con un freddo boia… ma… per cedere alla nostra passione ogni volta che se ne presenta l’occasione bisogna anche essere bravi a non sprecare il tempo libero (ed io che ora sto scrivendo, Matthieu Amato, personalmente sono maestro in questo). Di cose che ci impegnano giustamente ce ne saranno sempre, per carità, ma di sicuro tutti noi abbiamo anche rotture di scatole che ci fanno buttare ore a vuoto (cioè lontani dalla pesca…). Dunque, sapendo che il desiderio di uscire a pescare ci può prendere in qualsiasi momento, è saggio tenere sempre dell’esca nel congelatore… senza disdegnare un saltino in pescheria, se è possibile.

Rockfishing: pesca a fondo, teleferica o pesca con il galleggiantone?

La pesca dei pesci predatori da terra viene descritta spesso incentrandola sulla teleferica, vale a dire la pesca con il vivo montato su bracciolo scorrevole. Per quanto efficace, non è l’unica soluzione che regala belle soddisfazioni. Poi, se pensiamo al rockfishing con esca viva, dobbiamo anche ricordarci dei vari aspetti negativi connessi all’impiego del vivo che è bene prendere in considerazione. In primo luogo, la ricerca del pesce-esca presuppone un’attrezzatura specifica, costituita normalmente da una canna bolognese e da un lungo guadino, esche apposite e terminali fini. Inoltre, serve un sistema per la conservazione dei piccoli pesci che abbiamo catturato (normalmente, un secchio con coperchio e ossigenatore a batterie) che, inevitabilmente, si somma a tutto il resto durante lo spostamento sulle rocce, creando ulteriore impaccio. Come se non bastasse, consideriamo che non sempre basta lanciare una pallina di pastura per richiamare i pesci della taglia giusta. Spesso, sotto di noi si raggruppano fitte le castagnole o le piccole boghe che anticipano sul boccone il cefalo da un etto che stiamo aspettando con ansia.

A pesca in scogliera con sarde, calamari e…

Quindi, è facile capire come l’alternativa delle esche portate da casa o, meglio ancora, appena comprate in pescheria, possa attrarci… e l’attrazione sarà tanto più forte non appena avremo catturato il primo bel pesce con una tecnica alternativa al vivo, superando le perplessità iniziali. A seconda delle varianti tecniche che metteremo in pratica, della nostra costanza e, soprattutto, della nostra curiosità nell’esplorare poste nuove dipenderà il numero delle catture; queste potranno spaziare dalla murena, classica preda dei fondali rocciosi, ai più ambiti cernia e dentice, lasciando poi la porta aperta ad altri avversari di rango come pesci serra, e, un po’ meno spesso, barracuda e lampughe (che restano pesci che privilegiano le esche vive).

Pescare a rockfishing: dove, quando e come

pesca-fondo-scogliera-rockfishing-amatoL’avvio di un’analisi delle esche da rockfishing vede sotto i riflettori in primis la sardina, nonostante moscardini, seppie, sugarelli e altri piccoli pesci siano spesso impiegati con successo. Questo popolarissimo pesce azzurro ha tutti i numeri per piazzarsi al primo posto nella hit-parade dei predoni e, di conseguenza, di noi pescatori. Per rendersene conto, basta pensare che la sardina è utilizzata nel surf casting per tentare un po’ tutte le prede di mezz’acqua, ma anche la spigola e, ovviamente, il grongo. Poi, sa come rendere felici palamitari e appassionati di drifting per le sue qualità catturanti sia nei confronti dei pesci delle alte profondità sia dei tonni.

Innesco della sarda: come si fa?

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Quando si pesca a lancio con la sarda (io che sono genovese le chiamo “sardine”) è necessario irrigidire l’esca con diversi giri di filo elastico. Se non seguissimo il consiglio, l’innesco verrebbe spinto con forza contro la curva dell’amo, rompendosi. Il metodo classico (almeno per me) di innesco della sarda si effettua utilizzando un ago specifico. Si tratta di un insegnamento che mi viene da lunghi anni di pesca dalla barca, dove in genere la presentazione dell’esca è migliore e più facile, visto che non serve quasi mai lanciare.

La giusta conservazione delle esche da pesca

Per quanto ci concerne da vicino, cioè per la pesca ai predatori dagli scogli, meglio innescarla fresca, passando a comprarla in pescheria poco prima di recarci alla posta. Per conservarla al meglio, conviene presentarsi dal pescivendolo già dotati di un contenitore rigido, disporvi le sarde in modo che siano tutte parallele e farle ricoprire da una manciata di ghiaccio. Se le mettessimo alla rinfusa, molte prenderebbero pieghe innaturali e potrebbero rompersi al momento dell’innesco. Per una conservazione un po’ più lunga, magari quando si compra l’esca il sabato mattina con l’obiettivo di fare nottata, mettiamo la scatoletta all’interno di un contenitore termico in compagnia di qualche siberino (la classica “carica” fredda).

Pescare in scogliera: scegliere dove mettersi

Per avere buone opportunità conviene andare a cercare scogliere affacciate su profondità elevate. Non ce ne sono dappertutto in Italia, questo è un fatto, però studiando con attenzione le mappe altimetriche si possono trovare zone propizie in tante regioni come Toscana (soprattutto all’Argentario), Campania, ovviamente in Calabria, Sicilia, Sardegna, in Croazia che non è poi così lontana per chi vive nel Nord-Est, e poi, amici pescatori, sono sicuro che conoscete già i vostri posti preferiti, dove magari ci sono anche 30-40 metri di profondità a una ventina di metri da terra. Arrivati sul posto, inizieremo a cercare un punto buono, abbastanza sgombro da spuntoni e buche nella roccia, per evitare rischi al buio, sufficientemente basso sul mare, per non farci sudare troppo al momento di tirare su la preda, e il più profondo possibile.

Entriamo in azione di pesca

Una volta disposta l’attrezzatura in modo funzionale e montate le canne, conviene valutare la conformazione del fondale, per fare pescare al meglio i terminali. Se la discesa davanti a noi è regolare, non serviranno lanci lunghi, mentre se sappiamo che c’è uno scalino importante allunghiamo la gittata di almeno 20-30 metri oltre l’ostacolo per evitare che la preda incannata, puntando verso il basso, sfreghi la lenza madre sugli spigoli aguzzi delle rocce, tagliandola e lasciandoci con un palmo di naso.

 

Pesca a rockfishing in scogliera: montature ed accorgimenti utili

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Pesca a fondo a rockfishing: la montatura.

Realizzare il terminale per questa tecnica è semplice: si tratta di un bracciolo sospeso sul fondo grazie all’aiuto di una prolunga di 3 metri. Per costruirlo servono poche cose rispetto a quelle che un buon surfcastman porta sempre con sé in spiaggia, ed è universalmente valido. Iniziamo infilando sulla lenza madre (trecciato da 0,25 a 0,35) una perlina grande (diametro 8 millimetri), quindi leghiamo una girella affidabile, magari una numero 6 con moschettone e cuscinetto a sfere.

Chi si sente “in grado” di fare un ottimo nodo di giunzione potrebbe fare un piccolo leader in nylon di diametro 0,60 (poco più spesso o poco meno) lungo 4 metri (ma non è fondamentale). Al moschettone agganceremo un bracciolo di 120 centimetri in fluorocarbon Amato F1 dello 0,50 terminante con 20 centimetri di cavetto termosaldante da 30 libbre. Alla fine del cavetto leghiamo un amo numero 3/0 (due, nel caso in cui si volesse innescare un calamaro).

La prolunga di lenza in nylon

A parte prepareremo uno spezzone di lenza dello 0,28 lungo 3 metri che da una parte ha il piombo (a pera, da 70 a 120 grammi) e, dall’altra, una girella a moschettone. Questa va sul trecciato, al di sopra della perlina. Questo sistema, molto diffuso tra chi pesca a bolentino, è stato battezzato “prolunga” proprio perché serve a sollevare l’esca dal fondo. Lo scopo, nel nostro caso, è di evitare a esca e terminale una fine ingloriosa, ovvero di restare impigliati sul fondo, cosa che può capitare per il semplice incaglio dell’amo ma che più spesso è dovuta alle murene: questi “serpentoni”, dopo aver afferrato l’esca, si intanano in un attimo e tirarli su quando si pesca a lancio è l’eccezione, non la regola. Realizzare la prolunga con nylon fine permette di perdere solo il piombo, in caso di incaglio.

Lanciare la lenza diventerà più difficile

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Dettaglio del terminale con prolunga per la pesca a fondo in scogliera.

Preparare un terminale da rock fishing dotato di prolunga vuol dire aspettarsi una gittata ridotta. In questi casi il drop (la distanza di lenza tra vetta e piombo) sarà necessariamente lungo e ci obbligherà a lanci ampi. Meglio cercare una postazione che offra un po’ di spazio anche alle nostre spalle. Una prolunga di 3 metri si gestisce già abbastanza bene con una canna da 3,60 metri ma, come è ovvio, una da 4,20 faciliterà le cose. Se poi vogliamo andare distante, intendiamo oltre i 60 metri, accorciamo la prolunga a 2,50 metri, ma mai meno di così.

 

Nota bene: Quella che ti ho descritto qui sopra è la montatura da dedicare ai pesci di stazza se usi le esche naturali morte. Se, contemporaneamente, vorrai mettere in pesca altre canne per pesci più comuni come saraghi (lanciando a medio-corto raggio) o orate/pagelli (lanciando magari più distante) ti consiglio di usare il terminale short rovesciato (se clicchi sul nome andrai alla scheda descrittiva).

Notte magica

Che la pesca in notturna regali le maggiori soddisfazioni è risaputo ma questo non si deve solo alla fatica extra imposta da buio e freddo. Oltre a coincidere spesso con l’attività più intensa dei predatori in genere, la notte è anche il periodo in cui le nostre esche corrono meno rischi di essere rovinate dai piccoli pesci (menole, sparli eccetera). Infatti, quando è buio capita che una sardina se ne stia lì buona buona in attesa del dentice anche per due ore, presentandosi all’appuntamento in perfette condizioni. Di giorno, invece, è facile che i disturbatori impediscano all’esca di fare il suo lavoro. In tal caso, la soluzione si chiama calamaro.

Calamaro salva-pescata

Quando i pescetti decidono di banchettare a nostre spese, le speranze di portare a casa un bel trofeo… gastronomico calano quasi a zero. In questo caso, il calamaro può salvarci la giornata. Meglio innescarlo con due ami, infilzando il primo all’estremità superiore del mantello e il secondo nella testa, partendo dall’alto e uscendo con la punta fra i tentacoli. Per dare un tocco più invitante, possiamo aggiungere una barretta di materiale galleggiante all’interno del mantello, chiudendone poi la base con del filo elastico. Un’aggiunta che bilancia il peso degli ami e rende l’innesco leggermente galleggiante. Dunque, se abbiamo qualche cefalopode di scorta nel freezer o se la pescheria dove ci procuriamo le sardine li ha in vendita belli freschi, approfittiamone!

Sorprese gradite nella pesca a rockfishing

L’impiego delle esche morte con la tecnica spiegata può permetterci anche di diversificare le catture, aggiungendo al carniere pesci che magari non rientrano tra i “classici” del rockfishing ma, di certo, non sfigurano, meno che mai sulla tavola. Molti lo sanno e si guardano bene dal lamentarsi delle orate o dei grossi saraghi che si ritrovano a fondo lenza…

Ovviamente, quello che hai letto fino a qui è solo uno tra i diversi modi di pesca da terra che potrai praticare. Continua a seguirmi, scriverò (e magari filmerò) di teleferica, spinning, shore jigging, pesca con il galleggiante e altro ancora.

 

Scrivimi che pesca ti piace praticare!

Se la pesca in mare ti piace proprio come piace a me, se ti va, manda un messaggio privato alla mia pagina facebook Matthieu Amato Fishing, scrivendomi magari di dove sei e che tecniche pratichi di più. Questo mi aiuterà a risponderti meglio la prossima volta in cui ci sentiremo.

Ciao

Matthieu